Luca Mastrantonio intervista Noam Chomsky

Non sono elezioni come tutte le altre, non riguardano soltanto gli Stati Uniti. In gioco ci sono il destino del pianeta e dell’umanità. Quelle di novembre saranno le più importanti elezioni nella storia umana.

Luca Mastrantonio ha dialogato per Relazioni: con uno dei più prestigiosi intellettuali al mondo, che è anche un radicale e influente militante politico. All’età di 91 anni Chomsky disegna uno scenario drammatico, ma sceglie di non arrendersi al pessimismo: è impegnato nella costituzione di una “internazionale progressista”, guarda con speranza ai milioni di persone che nelle strade di tutto il mondo protestano contro razzismo e disuguaglianze, appoggia i movimenti ambientalisti.

Il 3 novembre 2020 si vota per le elezioni negli Stati Uniti. Che cosa dovremmo aspettarci?

È una situazione strana e per molti versi inquietante. Il presidente Trump ha già dichiarato pubblicamente che potrebbe non accettare il risultato del voto. Una cosa del genere non ha precedenti nella storia della democrazia parlamentare, non solo negli Stati Uniti. I Repubblicani sanno di aver perso consensi e stanno cercando in tutti i modi di mantenersi al potere. Cercheranno di escludere milioni di persone dal voto, cancellandole dalle liste elettorali o rendendo impossibile il processo di registrazione, soprattutto per i cittadini poveri e le minoranze. Trump è in difficoltà, ma non intende lasciare la Casa Bianca: primo perché la sua personalità, al confine con la psicopatologia, non gli consente di accettare la sconfitta; e poi perché fuori dalla Casa Bianca ci sono molti guai giudiziari ad attenderlo.

Crede che la democrazia americana sia in pericolo?

C’è chi dice che gli Stati Uniti siano una democrazia a partito unico, il partito degli affari, del quale democratici e repubblicani sono soltanto due fazioni. Di certo 40 o 50 anni fa l’orientamento dei due partiti non era così chiaramente distinguibile, erano molto simili. Ora i repubblicani hanno rotto la simmetria, hanno virato a destra come mai prima nella loro storia. La Costituzione americana del diciottesimo secolo era un documento notevolmente progressista. Ma gli Stati Uniti in questo momento sono un Paese ultraconservatore: se facessero domanda per entrare nell’Unione Europea verrebbero probabilmente respinti, non sarebbero compatibili con gli standard democratici e giuridici europei.

Da quello che dice sembra quasi che l’era Trump possa finire con una sorta di guerra civile a bassa intensità, e il Paese seguire la strada delle cosiddette “democrazie autoritarie”. È uno scenario plausibile?

Ciò che Trump sta facendo con l’utilizzo di truppe federali per questioni di ordine pubblico va osservato con molta attenzione. Non ha mandato l’esercito regolare a reprimere le manifestazioni legate al movimento Black Lives Matter, perché teme che i comandi militari possano disobbedire ai suoi ordini. Sta utilizzando la polizia di frontiera e altre formazioni di polizia, che vengono impiegate quasi come una forza paramilitare contro le proteste. Naturalmente non immagino lo scenario di un governo militare o apertamente fascista. Il fascismo era un’ideologia e aveva una dottrina, cose che sono fuori dalla portata di Trump. Lui somiglia più al piccolo dittatore di una repubblica delle banane, che agisce per tornaconto personale e per salvaguardare gli interessi di chi lo sostiene.

Quali sarebbero le conseguenze di una rielezione di Trump?

Se Trump dovesse essere rieletto sarebbe una catastrofe, non solo per gli Stati Uniti, ma per il mondo intero. Basti pensare alla questione ambientale: Trump non è soltanto negazionista rispetto all’emergenza climatica, ma tutti i suoi atti legislativi contribuiscono a spingere il pianeta verso il disastro imminente. È l’unico leader al mondo, affiancato forse solo da Bolsonaro in Brasile, che continua a promuovere e a favorire l’utilizzo di carburanti fossili, a negare la necessità di ridurre le emissioni nocive, a rifiutarsi di riconoscere la realtà scientifica della crisi climatica. Sembra voler correre più velocemente possibile verso l’abisso. L’aggravarsi di questa situazione può farci superare il punto di non ritorno, che è vicinissimo, rendendo la situazione di deterioramento del pianeta irreversibile.

Per questo dico che le elezioni di novembre non riguardano soltanto gli Stati Uniti, ma la sopravvivenza stessa del pianeta e dell’umanità. Con altri quattro anni di queste politiche potrebbe non esserci futuro. È un momento unico nella storia della democrazia parlamentare. Quelle di novembre sono le elezioni politiche più importanti della storia umana.

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L’intervista integrale su Relazioni: #1